
Mi domando cosa un film, quale forma d'arte, debba lasciare dentro dopo averlo visto. Ci sono film che ti "esaltano" per la storia coinvolgente e veloce, che ti fanno immedesimare in un personaggio ambientato in tempi passati o scenari immaginari, che ti fanno ridere e svagare per qualche ora, ma poi finita la visione, tutto rientra nella normalità come se le due ore appena passate non fossero mai state vissute. Altri invece, pochi a dire la verità, ti lasciano dentro qualche cosa di profondo, ti fanno sognare, piangere ed innamorare dei protagonisti, ti fanno porre delle domande, ti fanno soffermare sul perché ..., ti lasciano un segno nel tempo impegnando la mente in domande che forse non hanno risposte. Credo che l'ultimo film di Clint sia uno di questi.
Ho letto qualche recensione, qualche critica e qualche commento. I più distratti (o forse superficiali moralisti) parlano di film sulla box oppure di film sull'eutanasia. Non credo sia la verità. Non credo che si possa racchiudere un film del genere in uno schema tanto stretto, nonché inesatto. La palestra di box è un contesto che poteva anche essere diverso, l'eutanasia è semplicemente la degna conclusione di un atto d'amore profondo, il segno più umano e corretto che un "cristiano praticante" (se pur poco convinto), ma pur sempre non servo di un'ideologia fasulla che inneggia alla vita ad ogni costo, dovrebbe compiere. L'eutanasia, la fine di una vita, o meglio la consacrazione definitiva di un amore, che concludono la storia con naturale durezza e bellezza. L'atto più profondo e forte che l'amore paterno può donare ai propri figli, siano questi naturali o trovati lungo il proprio cammino. Dicevo consacrazione di un amore, amore inteso come sentimento puro fra due anime. Anime sole; lontane da ogni affetto, che si incontrano, imparano a conoscersi, si uniscono, per restare insieme per sempre.
Una storia con tanto sentimento, tanta passione. La determinazione di chi vuole emergere da una vita difficile e senza affetti, lo strazio di chi ha perso il "proprio sangue" e non si da pace perché non riesce a ricongiungersi a lei, rifugiandosi in qualcosa in cui, in fondo, non crede; la grandezza di chi ha dedicato la propria vita ad una grande passione; il messaggio di chi, "con un grande cuore", può comunque sognare la propria occasione; l'amarezza di chi perde l'unico amico e rimane solo, dopo aver vissuto da spettatore un grande amore. Determinazione, riscatto, sofferenza, oblio, eterno amore. Come ne "I ponti di Madison County", la grandezza dell'amore diventa eterna fermandosi all'apice del sentimento. Un sentimento che cresce con il crescere della narrazione, che fiorisce in un ambiente chiuso, di una storia narrata completamente "in interno" con colori fortemente cupi, che sottolineano l'animo triste, tormentato e rabbioso dei due protagonisti. Colori cupi, si, ma delineati in una fotografia superbamente dettagliata e senza fronzoli; diretta e lineare. Una storia tormentata come l'intera vita dei personaggi che non può concludersi con il classico lieto fine e l'emergere da quella esistenza triste e senza soddisfazioni, dove il match finale è solo lo specchio di un'illusione di una vita migliore che finisce con un epilogo che fa sprofondare i personaggi in qualcosa di più profondo e cupo di quell'esistenza che la vita, fino a quel momento, aveva dato.
Non so se tali considerazioni sono dettate dall'onda dell'entusiasmo e dell'emozione da poco provata, ma non ho dubbi a collocare tale film fra i più belli che ho mai visto."
Lorenzo Redi - 29/03/2005











